Leggero, comodo, economico: l’alluminio è ovunque. Ma ci sono casi in cui può diventare un rischio se non si fa attenzione
L’alluminio è uno dei materiali più usati in cucina, grazie alla sua praticità, leggerezza e versatilità. Vaschette per cuocere, pellicole per avvolgere, contenitori per conservare: è difficile entrare in una cucina e non trovarne almeno una forma.
Ma nonostante sia diffusissimo, resta una domanda ricorrente: l’alluminio a contatto con il cibo fa male? Secondo l’EFSA, l’autorità europea per la sicurezza alimentare, per una persona sana non ci sono pericoli reali. L’organismo smaltisce rapidamente la quasi totalità dell’alluminio ingerito attraverso le vie renali. Tuttavia, non vale per tutti.
Alcune categorie vulnerabili come i bambini sotto i 3 anni, le donne in gravidanza, gli anziani o chi soffre di insufficienza renale devono prestare attenzione, perché il corpo in questi casi può faticare a eliminarlo.
Come usare l’alluminio senza rischi: attenzione agli alimenti acidi, al calore e al tempo di conservazione
Nei soggetti sani, l’assunzione accidentale di alluminio non rappresenta un pericolo: le quantità restano abbondantemente sotto i limiti di sicurezza. Un adulto può tollerare fino a 70 milligrammi a settimana, ma l’esposizione media anche con uso quotidiano di contenitori resta intorno ai 5,7 mg. Tuttavia, il rischio non sta tanto nelle dosi giornaliere quanto nella combinazione tra tempo, temperatura e composizione degli alimenti.

I cibi acidi o molto salati, ad esempio, tendono a reagire con l’alluminio, aumentando il rischio di rilascio di particelle nel cibo. È il caso, molto comune, del pesce conservato con succo di limone o delle fettine di arancia adagiate su vassoi argentati: un gesto estetico che può diventare un errore.
A rendere l’uso dell’alluminio problematico non è il materiale in sé, ma come viene utilizzato. Per questo il Ministero della Salute ha stilato una serie di indicazioni pratiche per limitare ogni possibile esposizione. La prima è semplice ma spesso trascurata: leggere sempre le etichette dei prodotti per verificare che siano idonei al contatto con gli alimenti.
Inoltre, se si prevede di conservare un cibo per più di 24 ore, bisogna farlo solo in frigorifero o freezer, mai a temperatura ambiente. E in quel caso l’alluminio andrebbe usato solo per cibi secchi come caffè, biscotti, pasta o frutta secca. Gli alimenti umidi o acidi, lasciati a lungo in vaschette di alluminio, possono rilasciare tracce che col tempo si accumulano.
Bambini, anziani e donne in gravidanza: chi deve fare attenzione all’alluminio e come comportarsi
I soggetti più a rischio sono quelli che non smaltiscono correttamente l’alluminio: i bambini nei primi anni di vita, le donne in attesa e gli anziani con funzionalità renale ridotta.
In queste persone anche piccole quantità, se assunte regolarmente, possono accumularsi nel tempo e generare effetti tossici. Per questo le linee guida consigliano di limitare l’uso dell’alluminio quando si preparano o si conservano alimenti destinati a questi gruppi. Meglio usare contenitori in vetro, ceramica, acciaio o plastica certificata per gli alimenti, soprattutto quando si tratta di cibi acidi, salse, carne o verdure condite.
Un altro aspetto da considerare riguarda le pentole e le padelle in alluminio. Se il rivestimento si rovina, può esporre la superficie grezza, più soggetta a rilasciare materiale. È importante quindi evitare l’uso di spugne abrasive o detergenti aggressivi che graffiano il fondo, così come non riutilizzare le vaschette monouso, anche se sembrano intatte. Non sono progettate per essere lavate e riutilizzate, e col tempo possono diventare meno stabili e più reattive.
Infine, va considerato anche l’aspetto ambientale. L’alluminio, pur essendo riciclabile, ha un impatto elevato nella sua produzione. Per questo motivo è preferibile puntare su contenitori lavabili e riutilizzabili, che riducono il consumo e allo stesso tempo migliorano la sicurezza alimentare. L’alluminio resta un materiale utile, ma va usato con consapevolezza, tenendo conto delle sue caratteristiche chimiche e dei soggetti che lo utilizzano. Quando usato correttamente, non rappresenta un problema. Ma ignorarne le regole può renderlo una fonte di esposizione evitabile.