Biscotti integrali? Alcuni sono peggiori di quelli bianchi: lo studio che spiega perché

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Franco Vallesi

Novembre 15, 2025

Il Salvagente ha analizzato 16 biscotti da colazione “integrali” evidenziando rischi, incongruenze e ingredienti critici

I biscotti integrali, spesso scelti come opzione più salutare per la colazione, non sono tutti uguali. È quanto emerge dal nuovo test comparativo pubblicato da Il Salvagente, che ha messo a confronto 16 confezioni di biscotti integrali e semi-integrali di marche molto diffuse, comprese private label della grande distribuzione.

L’analisi, condotta nei laboratori dell’Università Federico II di Napoli, ha indagato due aspetti fondamentali: da un lato la presenza di contaminanti come acrilammide e micotossine, dall’altro la qualità nutrizionale dei prodotti, dedotta dalle etichette.

L’acrilammide resta il nodo più critico, ma anche zuccheri e grassi penalizzano alcuni biscotti

Il test ha evidenziato un dato costante: anche nelle versioni integrali, i livelli di acrilammide risultano spesso elevati. Si tratta di una sostanza che si forma naturalmente durante la cottura ad alte temperature di alimenti ricchi di amido, come i biscotti, ed è considerata un probabile cancerogeno dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro. Nei campioni analizzati, le concentrazioni di acrilammide risultano paragonabili a quelle dei frollini classici, ma alcuni superano i 140 mcg/kg, avvicinandosi pericolosamente alla soglia massima indicata per l’infanzia.

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Sul fronte delle micotossine, la situazione appare più sotto controllo, almeno per quanto riguarda i contaminanti più noti come Don e Zearalenone, che restano generalmente al di sotto dei limiti di legge. Più variegata invece la presenza di tossine emergenti, come le Enniatine, riscontrate in quantità significative in diversi prodotti. Queste ultime, pur non ancora regolamentate, sono oggetto di crescente attenzione da parte della comunità scientifica.

Dal punto di vista nutrizionale, le differenze sono notevoli. Il contenuto di fibre varia da 4,5 a 11 grammi per 100 grammi, a seconda del prodotto. Non esiste però una normativa chiara che definisca cosa si possa realmente chiamare “integrale”. Alcune aziende usano farine raffinate con aggiunta di crusca, mentre altre utilizzano farine realmente integrali. Questo genera forti ambiguità, spesso difficili da notare per il consumatore comune.

Gli integrali peggiori del test tra zuccheri alti, oli e contaminanti preoccupanti

Tra i 16 prodotti testati, quattro biscotti integrali hanno ricevuto valutazioni insufficienti, penalizzati da un mix negativo di ingredienti poco salutari e livelli elevati di contaminanti. In particolare, spicca il caso dei Gentilini Piaceri con farina integrale, che mostrano l’acrilammide più alta dell’intero test, ben 168 mcg/kg, superando anche alcuni frollini bianchi. I valori di micotossine emergenti, come l’Enn B, sono anch’essi tra i più elevati.

Poco incoraggianti anche i dati relativi agli Oro Saiwa Cruscoro, che contengono olio di palma, sciroppo di glucosio-fruttosio e fosfati, con soli 4,5 grammi di fibre su 100 grammi. Nonostante siano venduti come integrali, mostrano caratteristiche più vicine a un frollino comune che a un alimento salutare.

Anche i McVitie’s Digestives integrali sono stati penalizzati, con sale alto (1,5 g per 100 g), olio di palma e un punteggio complessivo che si ferma a 5,5 su 10. La loro reputazione di “biscotto sano” appare così non supportata da dati oggettivi.

Chiude la lista dei peggiori il Bucaneve Ciocco Integrale di Doria, penalizzato per l’elevato contenuto di zuccheri e per la presenza di olio di palma. L’acrilammide, anche in questo caso, supera i 140 mcg/kg.

Il test conferma quanto sia importante leggere le etichette con attenzione e non fidarsi solo del termine “integrale”. Senza una definizione legale precisa, resta uno spazio ambiguo che può trarre in inganno anche i consumatori più attenti. I marchi migliori sono quelli che usano vere farine integrali, pochi zuccheri e nessun grasso tropicale. Ma per trovarli, serve ancora informazione trasparente e confronto tra prodotti.

Un’etichetta che non basta: serve chiarezza su cosa davvero significa “integrale”

Il test condotto da Il Salvagente dimostra che dietro la parola “integrale” possono nascondersi realtà molto diverse. Alcuni prodotti si limitano ad aggiungere crusca a farine raffinate, ottenendo così un profilo nutrizionale meno virtuoso di quanto si potrebbe pensare. Altri, invece, utilizzano vere farine integrali, rispettando la natura del prodotto e offrendo più fibre e meno zuccheri, ma restano comunque esposti al problema dell’acrilammide, che non dipende solo dagli ingredienti ma anche dalle modalità di produzione.

Il punto critico resta proprio l’assenza di una normativa chiara. In Italia, non esiste ancora una definizione legalmente vincolante per l’uso dell’etichetta “integrale”, e questo lascia spazio a interpretazioni libere che possono trarre in inganno i consumatori. Un prodotto che si presenta come più salutare, magari esponendo la percentuale di fibre in evidenza sulla confezione, può nascondere invece livelli elevati di grassi tropicali, zuccheri aggiunti o contaminanti preoccupanti.

Questa mancanza di trasparenza rende sempre più urgente un intervento normativo, che tuteli davvero chi sceglie consapevolmente cosa mangiare. Fino ad allora, l’unico strumento utile è l’informazione indipendente, come quella offerta dai test comparativi. Leggere le etichette resta fondamentale, ma non basta più: servono confronti, dati chiari e analisi dettagliate per capire quale biscotto portare davvero a tavola. E soprattutto per non confondere un’etichetta rassicurante con una reale garanzia di qualità.